BIODISTRETTO: UNA SCELTA VOLONTARIA

Nessuna coercizione. Agricoltori, esercenti, ristoratori ed albergatori potranno scegliere se aderire al distretto.

Da più parti ci giunge la richiesta di fare chiarezza sul modello Bio Distrettuale.
La disciplina giuridica che istituisce il distretto biologico su tutta la Provincia non vincolerà i coltivatori, una volta approvata, all’obbligo dell’adesione al distretto biologico e nemmeno all’obbligo di adottarne il metodo. Nel distretto biologico si punta alla preponderanza del metodo biologico, ma non alla estensione obbligatoria di tale metodo su tutto il territorio. Nell’immediato la cosa più auspicabile è che si apra un tavolo con tutte le realtà biologiche, distretti già esistenti e agricoltura industriale/convenzionale, ma anche amministrazioni pubbliche e rappresentanti del settore turistico e dell’accoglienza. In questo tavolo si definiscono percorso tempistiche sovvenzioni, finanziamenti, definizione del brand, di un marchio ecc. Si formano le strategie attraverso le quali far nascere il distretto biologico.

Qual è il compito della Provincia oltre a disciplinarne l’istituzione?
La Provincia avrà il compito di convocare il tavolo, coordinare e promuovere la forma distrettuale, in modo venga recepita dagli operatori. Costituirà delle formule sulle quali gli attori coinvolti incomincino a dialogare per decidere aspetti importanti. Può per esempio istituire un ente che agisce autonomamente oppure esserne la regista.
L’azione si rende sempre più necessaria per la scarsa normativa sull’agricoltura biologica in provincia (e la totale assenza di una norma sui bio-distretti) e per ottemperare ai prossimi obiettivi della PAC, che prevede importanti incentivi che altrimenti non saremmo in grado di raccogliere.

La libera adesione al distretto, seppure istituito con norma giuridica, sarà poi su base volontaria. E’ l’avvio di un percorso di trasformazione culturale, di un cambiamento di modello di sviluppo che nel tempo vedrà naturalmente confluire nella forma distrettuale sempre più aziende e operatori economici essendo essa più conveniente e adatta ad affrontare le sfide del futuro.

Perchè all’Europa piace il Bio Distretto?

Una delle argomentazioni più dibattute è il finanziamento del Bio Distretto e gli aiuti alla conversione ecologica delle imprese agricole.
Sono dubbi e perplessità legittime per chi si appresta a firmare o a votare per il referendum (o a ipotizzare una soluzione simile per il territorio in cui vive).
Dubbi che però è utile dipanare, poiché la nuova Commissione Europea, guidata da Ursula Gertrud von der Leyen, è decisa a rendere sempre più sostenibile la PAC (Politica Agricola Comunitaria). Infatti, sebbene abbiano annunciato un taglio a bilancio del 5%, la PAC avrà un’impostazione prettamente sostenibile (come conferma anche Herbert Dorfmann in una sua recente intervista).

I 9 obiettivi della futura PAC sono:

  • garantire un reddito equo agli agricoltori
  • aumentare la competitività
  • riequilibrare la distribuzione del potere nella filiera alimentare
  • azioni per contrastare i cambiamenti climatici
  • tutelare l’ambiente
  • salvaguardare il paesaggio e la biodiversità
  • sostenere il ricambio generazionale
  • sviluppare aree rurali dinamiche
  • proteggere la qualità dell’alimentazione e della salute.

Per permettere ad un territorio di ottemperare a questi obiettivi e di portarsi in linea con la politica Europea, il modello bio-distrettuale è quindi una formula in grado di intercettare numerosi bandi e contributi. Da intendersi non solo per sostenere un’agricoltura pulita e sostenibile, ma anche per sviluppare ricerca e innovazione, attivare le filiere corte e conciliare la tutela della biodiversità con lo sviluppo delle aree rurali.
In questo quadro, quindi, il Bio Distretto è un’organizzazione che coadiuva gli operatori dell’ospitalità, della ricerca, della tecnologia, dell’agricoltura e prende accordi con la pubblica amministrazione per garantire ai cittadini un ambiente salubre in cui vivere, un’alimentazione sana per i soggetti più deboli (mense scolastiche e ospedali), un sostegno a chi si rende sostenibile, un territorio unico ai turisti e alle prossime generazioni.


Verso il Referendum – la commissione.

Finalmente è partito l’Iter: l’ufficio di presidenza del Consiglio provinciale ha nominato la commissione incaricata di decidere in merito all’ammissibilità del referendum propositivo con il quale i promotori intendono saggiare la volontà della popolazione di rendere il territorio agricolo del Trentino un “distretto biologico”. Dell’organismo faranno parte gli avvocati Andrea Manca (presidente), Lorenzo Eccher e Michele Kumar e con funzioni di segretario il direttore dell’ufficio documentazione del servizio legislativo del Consiglio, Mauro Ceccato. La richiesta del referendum propositivo per il “distretto biologico” era stata depositata presso la presidenza del Consiglio provinciale il 26 luglio scorso da un comitato promotore formato da 26 componenti guidati, con il ruolo di rappresentante, da Fabio Giuliani.

La legge provinciale del 2003 prevede che i promotori raccolgano almeno 8.000 firme di cittadini-elettori a sostegno della proposta di referendum propositivo. E affida l’esame di ammissibilità della richiesta ad una commissione di tre esperti in discipline giuridiche (docenti universitari e avvocati) nominata, appunto, dall’ufficio di presidenza del Consiglio.

Il primo quesito del referendum propositivo che il Comitato promotore ha avuto modo di sottoporre alla commissione era: “Volete che il territorio agricolo della Provincia autonoma di Trento diventi un distretto biologico, per tutelare la salute, l’ambiente e la biodiversità, indirizzando la coltivazione, l’allevamento, la trasformazione, la preparazione alimentare e industriale dei prodotti con i sistemi di produzione biologici”.

Dopo una segnalazione da parte della Commissione, il quesito è divenuto quello attualmente in vigore.

“Agricoltura: si compete sulla qualità, non sui costi”

Un documento di 70 pagine della Fondazione Edmund Mach delinea quale dovrebbe essere l’agricoltura per il nostro Trentino.

La linea dello storico istituto di ricerca è stata tracciata in una conferenza stampa, lo scorso 16 luglio, durante la quale il presidente Andrea Segré presenta il documento che definisce la visione 2019-2018. Un percorso prospettato più sostenibile:

La copertina della pubblicazione

“Siamo convinti che dietro a questo documento ci sia quindi anche un forte
senso di appartenenza e, perché no, l’orgoglio di operare in un Ente di alto
livello che può – anzi deve – mettere a disposizione la propria eccellenza per
costruire un futuro più sostenibile a partire dalla comunità dove vive e opera.”
[https://www.fmach.it/Servizi-Generali/Editoria/Visione-2019-2028-Fondazione-Edmund-Mach?fbclid=IwAR1NC9I2AVq9zKf3b5P07CtS-QtVSyjLUEmWFJN9ekX6Oy5DaRtwdu-IqgM]